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30 novembre 2010


  




1° Corso di aggiornamento sulla cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare

Il 25 Novembre presso il policlinico “Gemelli” di Roma si è tenuto il 1° corso di aggiornamento per professionisti che operano nell’ambito della cura dei pazienti affetti da Disturbi del Comportamento Alimentare.

Villa dei Fiori è stata invitata a tenere una lezione per illustrare l’esperienza del reparto DCA della struttura , lezione tenuta dalla dott.ssa De Marco, responsabile del reparto DCA, con la collaborazione dell’AS Valeria Carnevale.

Durante la lezione sono stati illustrati i metodi utilizzati nel reparto di VdF per la cura e la riabilitazione delle pazienti, e, l’intervento, ha suscitato interesse e consenso nel pubblico dei partecipanti.

Villa dei Fiori è l’unica Casa di Cura Psichiatrica, a Roma, a ospitare un reparto di degenza dedicato alla cura dei DCA, ed è per tale motivo che presentare tale esperienza nell’ambito di un corso di aggiornamento, è parso, agli organizzatori, molto importante.

Inutile dire che noi, tutto lo staff di VdF, siamo soddisfatti e stimolati, da eventi come questo, a fare sempre di meglio e sempre di più!








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26 luglio 2010





Villa dei Fiori
Reparto DCA

Siamo anoressiche e bulimiche, magre o grasse, ma quando ci stringiamo ci vogliamo solo bene.
__________________________________________________________
Aurora (ospite del reparto DCA)



 
[...] Parlando della mia esperienza personale, [posso dire] che quando mi guardo allo specchio vedo tutto meno che una gran bellezza, tutto meno che una modella, tutto meno che una ragazza della mia età. Vedo ossa, vedo scapole e costole e ginocchia appuntite, vedo pelle morta che mi cade addosso. Vedo vestiti che pendono e si spiegazzano e non mi stanno bene. Vedo ciocche di capelli che cadono e una fitta peluria su tutto il corpo. Quella di un ragnetto peloso non è esattamente l' idea di status symbol che i media hanno in mente. Per quanto riguarda vivere i DCA come "patologia di moda" penso che ci si stia sbagliando. E' vero che in Italia anoressia e bulimia si conoscono da poco e hanno avuto una grande visibilità ultimamente, ma questo è anche legato alla contingenza: nei Paesi del Terzo Mondo non ci sono le risorse materiale per permettere ad una ragazza di abbuffarsi e vomitare, mentre nell' opulenza dei Paesi sviluppati il cibo è ormai diventuto scontato. Stare male non è una moda, e noi non siamo ragazzine stupide che vogliono il fisico della Barbie. Siamo persone con un disagio reale, persone che hanno sfogato il loro malessere sulla fonte primaria della vita, mettendo in atto un lento suicidio, non certo una rincorsa verso la bellezza. Sono la prima ad essere consapevole di essere brutta con il corpo di una bambina, non sto inseguendo alcuna illusione vomitando il cibo. E' solo che per qualche motivo sento di non meritarmelo. Santa Caterina D' Assisi nelle sue lettere parlava del corpo come di un nemico contro cui lottare, da privare del nutrimento; addirittura Kant parlando del dualismo tra corpo e anima riportava quanto quest' ultima volesse mortificare il primo, rendendolo famelico e malefico. Non è quindi la moda che ci porta a stare male, nè il nostro stare male ci porta ad essere di moda. Concludo con un messaggio di speranza: questo corpo tanto odiato, a noi ragazze di Villa dei Fiori ogni tanto serve: quando ci abbracciamo. Siamo anoressiche e bulimiche, magre o grasse, ma quando ci stringiamo ci vogliamo solo bene.
Aurora


Per ulteriori informazioni sul servizio DCA presso Villa dei Fiori, si invita a contattare la dott.ssa Angela De Marco al numero telefonico
338 5391621 oppure all’indirizzo mail: angelamaria.demarco4@tin.it

www.villadeifiori.ilcannocchiale.it


16 gennaio 2010


Postiamo, con qualche giorno di ritardo, le lettere di SoleLuna e Rachel, due ragazze che hanno concluso il loro percorso presso il reparto per i disturbi  comportamento alimentare.

A tutte e due vanno i nostri più grandi auguri e l'invito di continuare, sempre, a venirci a trovare sul nostro blog
!

" Sono SoleLuna, una delle ragazze ricoverate a Villa dei Fiori e che oggi, dopo due mesi di ricovero, torna alla sua vita, anche se il mondo fuori fa paura.
Tuttavia, oggi, grazie alla dottoressa Angela De Marco e al personale del reparto DCA sono pronta per spiccare il volo, con la consapevolezza che fuori dovrò continuare a lottare contro il mostro che per troppi anni ho tenuto nascosto dentro di me.
Quando mi guardo allo specchio, oggi, riesco a dire:"Eccomi qua, sono io , sono anoressica, ma ce la posso fare".
Qui ho imparato che la vita è bella ed è fatta di tanti piccoli piaceri quotidiani che possono dare gioia, ed uno di questi è mangiare senza troppa paura, godendo il piacere di stare a tavola con persone a cui si vuole bene. Il percorso fatto qui lo porterò sempre nel mio cuore, perchè mi ha dato più di tutto quello che io posso aver ricevuto in tutta la mia vita.
Quindi, a tutte voi che vi nascondete per paura dico di uscire fuori dal guscio in cui vi rinchiude il mostro e parlate con la dottoressa Angela, venite a trovarla, perchè lei vi può aiutare a lottare.
Grazie di cuore a tutto il personale di Villa dei Fiori"
SoleLuna

"Carissime amiche/amici,
da domani il mio percorso continuerà al di fuori del reparto DCA di Villa dei Fiori. Sono arrivata qua 6 settimane fa, con un grave problema di abuso di farmaci associato ad un disturbo del comportamento alimentare che oscillava tra la bulimia e l'anoressia nervosa.
Ho 34 anni, e sono "solo" 2 anni che soffro di DCA.
Anche io, come tante persone, ritenevo che tale patologia fosse propria dell'età adolescenziale e quando mi sono trovata a dover dare un nome e cognome alla mia malattia facevo fatica anche a pronuciare queste fatidiche parole. Sono passata dall'utilizzare il cibo come surrogato delle mie mancanze affettive e per colmare la mia frustrazione ed i miei vuoti interiori fino ad odiare anche la semplice vita.
Dopo vari tentativi terapeutici attraverso diversi approcci psichiatrici/terapeutici, quando ormai vivevo per inerzia, odiando la vita, me stessa ed in primis il mio corpo, mi è stato fatto il nome del reparto DCA di VdF.
Un po' per dovere verso i miei familiari, un po' per testardaggine ed inconscia voglia di tornare a vivere, sono venuta a fare un colloquio preliminare nel quale mi sono stati spiegati i termini e i criteri del ricovero ed il percorso terapeutico che avrei affrontato.
Il mio percosro è iniziato con la disintossicazione dai farmaci, fase molto dura e catartica, per continuare con la rieducazione alimentare ed il ritorno ad un normale stile di vita non solo dal punto di vista del rapporto con il cibo ed il mio corpo.
Mi hanno insegnato a nutrire con coscienza ed accettazione non solo quest'ultimo ( che ho imparato ad amare e rispettare) ma anche la mia anima.
Ho trovato un ambiente amorevole, allegro e confortevole da tutti i punti di vista.
Condividere la malattia con altre ragazze ti fa sentire meno sola, ti fa comprendere che non sei l'unica ad avere questa problematica e soprattutto che spesso i meccanismi che ne determinano l'insorgenza sono comuni e condivisibili.
Ora, a distanza di poco più di un mese, sono una persona nuova che si riaffaccia alla vita con tanta paura ma con un profondo ottimismo e voglia di essere parte del tutto.
So che la strada da fare sarà ancora lunga e piena di ostacoli e di demoni interiori "tentatori",  ma, al contempo, il sapere che troverò in questo reparto un punto fermo di supporto e calore, nonchè di aiuto medico, psicologico, infermieristico mi infonde coraggio e sicurezza.
Sono felice di aver potuto concludere il mio ricovero con altre pazienti meravigliose che mi hanno dato tantissimo e che ringrazio di tutto cuore.
Mi auguro che la mia personale esperienza possa essere da sprone per tutte le ragazze che si sentono sole a combattere con lo spettro di questa insidiosa malattia invitandole a provare ad affrontare almeno un tentativo che, come nel mio caso, può trasformarsi in salvezza.
Un abbraccio pieno di gioia"
Rachel




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25 novembre 2009


 

Postiamo la quarta parte della tesi della laureanda Falso

Il contratto terapeutico

L’ingresso in residenza è preceduto da vari incontri terapeutici che la paziente e i suoi familiari svolgono con la dottoressa Angela De Marco, psichiatra e responsabile del reparto dei DCA. Questi incontri sono finalizzati al consolidamento della motivazione al trattamento e a preparare gli argini di inevitabili ripensamenti, dubbi e paure al cambiamento.

La paziente firma un vero e proprio contratto, in cui si impegna ad accettare le regole del programma terapeutico e quelle della clinica.

Il programma settimanale

Le pazienti non sono mai lasciate sole, le infermiere le assistono 24 ore su 24 nei loro pasti, nelle loro crisi, nelle loro quotidianità, ma soprattutto mettono a disposizione la propria umanità e quella capacità di ascolto e accadimento, rilevante fattore specifico di guarigione. Le ragazze ogni giorno hanno un colloquio con lo psicologo e con la dottoressa De Marco, che programma le attività terapeutiche alle quali sono tenute a partecipare. Ogni mattina c’è la riunione dello staff, cioè della dottoressa De Marco con le infermiere che seguono le pazienti durante tutto il giorno. Una volta a settimana la dottoressa esegue un colloquio con le pazienti insieme ai loro familiari.

La vita in Clinica si sviluppa attraverso le attività individuali e di gruppo. Il calendario è settimanale ed è programmato dal momento delle sveglia (8,30) a quello del riposo notturno (10,30). I pasti sono cinque: la colazione ,lo spuntino, il pranzo, la merenda e la cena. Il menù viene stabilito dalla dottoressa De Marco e concordato insieme alla paziente.


23 novembre 2009


  Postiamo la terza parte della tesi della laureanda Falso

Il Maudsley Hospital e Il Metodo Maudsley

Il Maudlsey Hospital fa parte del King's College of London ed è un centro internazionale all'avanguardia per i DCA.
L'efficacia del metodo ha contribuito a accrescere la fama del Centro e alla sua applicazione in numerosi centri che si occupano di DCA nel mondo.

La professoressa Janet Treasure è una delle figure di primo piano a livello mondiale nel campo della cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Psichiatra, lavora presso il King’s College, Università di Londra, dove è anche docente, ed è specializzata nella cura dei DCA da più di 25 anni.

Janet Treasure ha raccontato la sua esperienza in un libro: "Skills-Based Learning for Caring for a Loved One with an Eating Disorder. The New Maudsley Method"; "Manuale per prendersi cura di una persona amata con un disturbo del comportamento alimentare”: questa potrebbe essere la corretta traduzione del titolo del libro, secondo la Dottoressa De Marco, che si rivolge non soltanto ai medici, ai dietisti, agli assistenti sociali e a quanti operano nella cura dei disturbi del comportamento alimentare, ma soprattutto ai 'carers', ai familiari cioè della persona malata, che vivono sulla propria pelle l'ansia, lo stress e la paura che i DCA portano con sè'".

Le famiglie di quanti soffrono di DCA affrontano ogni giorno dubbi terribili: spinti dall'ansia, genitori, fratelli, sorelle o ancora amici e partner della persona malata si chiedono se devono costringerla a nutrirsi, ignorarne i digiuni e le abbuffate notturne, essere severe o amorevoli e condiscendenti. A queste domande il libro della Professoressa Treasure fornisce una risposta originale, paragonando le strategie adottate dai “carers” a quelle di cinque animali: il canguro, il rinoceronte, lo struzzo, la medusa e il delfino, modello al quale bisognerebbe tendere. Il metodo Maudsley, insegna l'atteggiamento corretto per stare accanto a chi soffre di DCA, disturbi del comportamento alimentare, imitando il comportamento dei delfini con la loro prole: evitando sia gli atteggiamenti iperprotettivi che quelli di eccessivo controllo.

Il modello del 'canguro' è seguito dal 60% delle famiglie con un figlio o una figlia che soffre di disturbi alimentari: eccessivamente protettivi e il malato diventa un bambino che non riesce a sviluppare abilità e autonomia necessarie a guarire.

C'è invece chi si arrabbia troppo - il 15% delle famiglie - come un 'rinoceronte', e tenta di costringere il malato a mangiare o a smettere di mangiare in modo compulsivo: il risultato è una ribellione e i disturbi peggiorano.

Altri invece lasciano trasparire integralmente le proprie emozioni, come una 'medusa': paura, depressione, senso d'impotenza, ma di fronte a questo peso delle emozioni dei familiari, il malato si sente in colpa e smette di comunicare, una barriera che lo rinchiude ancor più nell'ossessione per il cibo. Opposto l'atteggiamento dello 'struzzo': troppo dolore, e il familiare nasconde proverbialmente la testa sotto la sabbia, ignorando la malattia.

Secondo la professoressa Treasure, "il corretto modello comportamentale è quello del 'delfino' e consiste nel trovare il giusto equilibrio tra emotività e controllo, mostrandosi presenti e disponibili ad ascoltare la persona malata e incoraggiandola senza forzare le tappe del percorso di guarigione". E cinque sono le fasi della guarigione: pre-contemplazione, quando manca la consapevolezza di essere malati; contemplazione, ovvero la preparazione al cambiamento, l'azione, in cui finalmente si esercita la volontà di guarire, e infine il mantenimento, in cui si tengono sotto controllo i rischi di recidiva.

Il Metodo Maudsley è un nuovo modo di curare, forse più da "vicino", queste patologie e che prende il nome dall'omonimo ospedale londinese dove per la prima volta è stato sperimentato per alcuni gruppi di pazienti. Si tratta di una terapia rivolta a chi soffre di disturbi del comportamento alimentare e si snoda in un percorso che consiste nel salire vari gradini progressivi fino ad arrivare alla guarigione. Il metodo Maudsley è un metodo multidisciplinare rivolto a tutte le persone che soffrono di un Disturbo del Comportamento Alimentare (anoressia, bulimia e binge eating) e alle loro famiglie. Il metodo consiste nel raggiungimento di vari step progressivi che portano al superamento del problema che prevedono: psicoterapia individuale, secondo il modello cognitivo comportamentale, psicoterapia di gruppo e psicoterapia familiare, secondo il modello sistemico relazionale. In quest'ultima fase i parenti della persona malata entrano direttamente a far parte del percorso terapeutico e vengono invitati a modificare gli abituali schemi di relazione messi in atto all'interno del nucleo familiare.


20 novembre 2009


 

Da oggi le ospiti del reparto dedicato al Disturbo del Comportamento alimentare terranno una rubrica sul blog di Villa dei Fiori: l’idea è nata da un commento postato da parte di Giovanna, una ragazza che, molto coraggiosamente, ha deciso di inviare una sorta di richiesta di aiuto.

Di seguito riportiamo il commento da parte di Giovanna e la risposta da parte di una delle nostre ospiti che sta cercando di affrontare il problema del disturbo del comportamento alimentare di cui è affetta.



Giovanna scrive:

E' veramente difficile ammettere di avere un problema del genere: tutto è buio, tutto è male e nessuno può aiutarti...

SoleLuna le risponde così:

cara Giovanna,
Sono una della ragazze che al momento si trova ricoverata a Villa dei Fiori nel reparto dei Disturbi del Comportamento Alimentare. La dottoressa mi ha letto il tuo commento, e io avevo piacere di risponderti.
Non è vero che è tutto buio, anche chi ha questi problemi può avere una luce e delle persone che possono comprendere. Qui ho trovato delle ragazze meravigliose, e sento che le persone mi leggono dentro, e non sono più sola.
Io mi vergognavo di chiedere aiuto, e non accettavo di essere malata: ora mi si sono aperti gli occhi e forse dovresti anche tu cercare aiuto per vedere la realtà in maniera differente. Spero ci scriverai ancora, e, ti invito, anche a nome delle altre ragazze e della dottoressa a venire qui a trovarci e a raccontarci il tuo buio.
A presto e speriamo che tu possa venire davvero.
SoleLuna


17 novembre 2009


 Di seguito postiamo la seconda parte della tesi della Laureanda Rosa falso dove si introduce il progetto di collaborazione con l’Istituto Maudlsley del King’s college di Londra

Villa dei Fiori e il progetto di collaborazione con l’Istituto Maudlsley del King’s college di Londra

Tra le varie collaborazioni scientifiche internazionali di Villa dei Fiori ritroviamo quella che la Casa di cura ha da tempo avviato con l’Istituto Maudlsley del King’s college di Londra, sede di un centro di riferimento per la cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare. La collaborazione tra Villa dei Fiori e l’Istituto Maudsley del King’s College di Londra, è stata rafforzata ufficializzando la compartecipazione ad un progetto di ricerca sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) lo scorso 28 gennaio, nel corso dell’incontro londinese tra il professore Salvatore Rubino, Direttore sanitario e Scientifico di Villa dei Fiori e i responsabili del centro. L’inserimento di Villa dei Fiori nei progetti di ricerca del Maudsley King’s College di Londra è l’approdo positivo di un processo di reciproci scambi di conoscenza e collaborazione avviati nel Gennaio 2007, quando, il dottore Rinaldo Mazzetti, Direttore Operativo di Villa dei Fiori, con la professoressa Jeanet Treasure sigillavano un accordo che lo prevedeva, unitamente ad uno scambio di professionalità fra operatori dei due istituti.

                           



Nella Casa di Cura viene così accolto il progetto di ricerca del Maudsley relativo ai DCA. Esso si propone di utilizzare un diverso protocollo di intervento, fondato principalmente su tecniche cognitive comportamentali con un importante contributo delle famiglie. Interessati al progetto, nel quale il personale di Villa dei Fiori è globalmente coinvolto anche sul piano della forte motivazione manifestata, i colleghi delle strutture psichiatriche pubbliche, con i quali il professore Rubino intende estendere ed integrare il piano di interventi di operazione.

Seguirà la terza parte della tesi:

Il Maudsley Hospital e Il Metodo Maudsley


16 novembre 2009


Il reparto dei Disturbi del Comportamento Alimentare della Casa di Cura Villa dei Fiori, attivato nell’ambito delle doppie diagnosi della struttura, sarà oggetto di discussione di una tesi della Laureanda Rosa Falso presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli” Istituto di Psichiatria e psicologia Clinica di Roma.

Da oggi ogni Lunedì e Martedì pubblicheremo alcuni estratti della Tesi che riguardano il reparto di Villa dei Fiori.



Villa dei Fiori una realtà per i pazienti affetti da DCA

Villa dei Fiori è una struttura del gruppo San Raffaele accreditata con il SSN, specializzata in neuropsichiatria e riabilitazione di disabili psichici. Si pone all’interno di una ristretta e qualificata cerchia di Istituti di alta specializzazione di riferimento.

Attualmente suddivisa in una Unità Operativa di Psichiatria ed in una Residenza Sanitaria Assistita per disabili mentali per un totale di 100 posti letto, la struttura ha attivato, a supporto delle attività cliniche, un Laboratorio di musicoterapia, un Laboratorio teatrale, un Laboratorio della creta e della ceramica e attività di Cineforum, di Cineterapia e Disegno.

Sul piano della ricerca Villa dei Fiori ha avviato da anni collaborazioni scientifiche internazionali con strutture d’eccellenza italiane ed europee (Università “Sapienza di Roma”, Dipartimento di scienze psichiatriche e medicina psicologica; Maudsley Hospital, King’College, Londra; St. Gorge’s Child and Adolescent Eating Disorder Service, Londra; Newmarket House Clinic di Norwich; Università di medicina di Berlino, dipartimento di psichiatria Transkulturelle Psichiatrie Institutsambulanz Ethnopsychiatrische Ambulanz Charite).

La Casa di Cura Villa dei Fiori, nell’ambito dei 20 posti letto dedicati alle doppie diagnosi, ha attivato un servizio dedicato alla cura dei DCA (Disturbi del comportamento alimentare).

Il servizio, separato dal restante contesto della clinica, prevede al momento 4 posti letto per ricovero diurno e notturno. La degenza è programmata secondo un protocollo dedicato specificamente a tali pazienti ed è regolata da un contratto terapeutico concordato sia con gli ospiti che con i referenti che seguono e seguiranno i pazienti fuori dall’ambiente protetto. I pasti , come previsto dal metodo Maudsley, metodo terapeutico di riferimento, sono consumati in ambiente comunitario e sono assistiti dal personale sanitario. Coordinato dalla dottoressa De Marco, psichiatra presso la struttura, è reso operativo da un equipe medica multidisciplinare che comprende:

- uno psicologo

-due psichiatri

-un assistente sociale

- infermieri

-operatori specializzati

I pazienti vengono coinvolti in programmi terapeutici personalizzati, secondo un protocollo ben delineato, finalizzato a ristabilire, nel corso della degenza, le condizioni che consentano ad ognuno di accedere al percorso di riabilitazione.

Seguirà il capitolo: Villa dei Fiori e il progetto di collaborazione con l’Istituto Maudlsley del King’s college di Londra


16 novembre 2009


 

Chi soffre di un Disturbo del Comportamento Alimentare trascorre la vita
a nascondere.

Nasconde il corpo fino a negarlo, nasconde il cibo dappertutto, nei tovaglioli o nelle tasche, nasconde dolciumi per per poi mangiarli in solitudine assoluta, nasconde se stesso in un bagno per vomitare le proprie colpe.

Essere affetti da un DCA significa essere soli, significa provare vergogna.

A Villa dei Fiori i pazienti che soffrono di un DCA stanno insieme agli altri pazienti che soffrono di un DCA, e, insieme, trascorrono ogni evento della giornata, dai pasti ai gruppi di riabilitazione.

All'inizio del ricovero avviene la
scoperta di un sentimento nuovo: la condivisione, che porta la gioia e il sollievo di non dover avere vergogna, di non dover nascondersi, di poter esprimere e manifestare insieme la voglia di sconfiggere la malattia, "il mostro", come lo chiamano loro.

Dopo l’iniziale gioia, però, nascono i problemi, perché chi è abituato a star da solo non sa che essere gruppo, essere famiglia, significa anche scontrarsi con l’altro e con i difetti che rendono l'altro una persona unica ma a volte difficile.

Stare insieme significa tolleranza, ma quando l’altro è uno specchio che riflette e mette in atto i nostri stessi problemi, i nostri stessi comportamenti malati,il tasso di tolleranza scende.

Per chi ha un DCA e convive con altre persone che soffrono di DCA imparare ad accettare sé stesso significa prima di tutto accettare l’altro diverso eppure così simile.
Significa sopportare il rapporto che ha l’altro con il cibo e con il corpo, significa tollerarne le stranezze e gli sforzi per cambiare. Chi ha un DCA
vede se stesso in un altro che si comporta in maniera assurda ed egoista, e, odiando l’altro, odia il se stesso malato. Scontrarsi,discutere, ma anche litigare, non significa fare dei passi indietro,ma significa finalmente rendersi conto che non siamo isole.

Soffrire di un Disturbo del Comportamento Alimentare significa essere soli, ma da soli non si cresce, da soli non si va da nessuna parte.
Aiutando i pazienti a stare insieme, insegnando loro a tollerare le frustrazioni, a discutere, ad accettare e ad entrare in empatia con l’altro,
capita di vedere ragazze che soffrono di un DCA ridere insieme a tavola davanti ad un piatto di pasta.

Questo è un grande passo in avanti.


26 maggio 2009


Rischio culturale nei disturbi alimentari: interpretazione dei dati italiani

ANORESSIA NERVOSA E SOCIETA' OCCIDENTALE

Nel modello eziologico multifattoriale dei disturbi alimentari di Garfinkel e Garner, (1982) rientrano alcuni fattori definiti di tipo socio-culturale. Questi fattori socioculturali sono generalmente considerati come tipici delle cosiddette società occidentali ad alta industrializzazione e tenore di vita. La loro introduzione nel modello di Garner e Garfinkel si spiega considerando come, a partire dagli anni '60, i disturbi alimentari abbiano assunto una diffusione epidemica proprio nelle società occidentali. A loro volta, e circolarmente, questi fattori socioculturali "occidentali", servono a spiegare brillantemente alcune caratteristiche nuove assunte dai disturbi alimentari dopo che si sono così largamente diffusi nelle società occidentali. Queste caratteristiche sono: 1) la grande importanza assunta da alcuni aspetti fenomenologici, come la paura di ingrassare e disturbo dell'immagine corporea (Gordon, 1998); 2) l'insorgere di un nuovo ideale di bellezza femminile cosiddetto "tubulare", diventato popolare tra i media dell'occidente in sbalorditivo parallelismo con l'esplosione epidemiologica dei disturbi alimentari (Garner et al., 1980; Wisemann et al., 1992); 3) l'incremento della vulnerabilità sociale delle donne adolescenti occidentali nel gruppo dei pari, attraverso il teasing (prendere in giro) che accompagna anch'essa l'esplosione dei disturbi alimentari (Cash, Winstead e Janda, 1986; Striegel-Moore, 1993; Thompson, Coovert, Richards, Johnson e Cattarin, 1995). L'evidenza dimostra che l'aumento di prevalenza dell'anoressia nervosa si accompagna all'urbanizzazione, al progresso tecnologico, all'emancipazione sociale della donna (Hoeck et al., 1995).

[...]

ANORESSIA NERVOSA E SOCIETA' ITALIANA

L'Italia è un paese culturalmente occidentale, ma con tratti contraddittori. Una parte di esso, il Sud, soffre ancora di arretratezza economica e tenori vita più bassi (ISTAT, 1998). La condizione sociale della donna meridionale è in transizione (Siebert, 1991). In particolare, le adolescenti meridionali vivono in un ambiente socialmente desertificato, in cui vi é la fine della famiglia patriarcale "larga", fatta di molti fratelli e parenti di vario grado, (essa tende a restringersi ad un modello nucleare "moderno", genitori e 2-3 figli) e contemporaneamente l'assenza di una società di adolescenti "pari" in cui sviluppare una personalità autonoma al di fuori della famiglia. Queste ragazze sono così imprigionate nella famiglia nucleare "piccola". Inoltre, l'emancipazione femminile è sì diventata socialmente accettabile, ma materialmente non è sempre attuabile a causa della elevata disoccupazione giovanile (Siebert, 1991; Leccardi, 1995; 1997). La conseguenza è che la ragazza meridionale, mentre è sicuramente meno sensibile ai modelli di bellezza femminile "tubulare" (Ruggiero et al., in press), soffre di un ambiente familiare soffocante, ad elevata conflittualità interna, che potrebbe essere altrettanto culturalmente patogeno per un disturbo alimentare (Katzman e Lee, 1997). Infatti, i più rigorosi e recenti studi epidemiologici condotti in Italia dimostrano che i disturbi alimentari sono altrettanto diffusi al nord (Santonastaso, Zanetti, Sala, Favaretto, Vidotto e Favaro, 1996), nel centro (Vetrone, Cuzzolaro, e Antonozzi, 1997) e al sud (Dalle Grave, de Luca e Oliosi, 1997), con un tasso di prevalenza paragonabile a quello dei paesi anglosassoni. Questo potrebbe suggerire che i fattori socioculturali in azione sono differenti nelle varie parti d'Italia. Si tratta, naturalmente, di una ipotesi tutta da dimostrare.

                                                                            Giovanni Maria Ruggiero




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